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Villino Rubini

Ci sono momenti in cui la società e la storia cambiano rapidamente. Io ho vissuto in pieno quello dello scontro tra il “vecchio” e il “nuovo” regime, quando gli austriaci e Napoleone si contesero il dominio della Lombardia. Entrambi mi tennero in grande considerazione, per fortuna, ma siccome il Bonaparte mi aveva fatto, tra le altre cose, senatore del Regno, quando dopo la sua caduta, nel 1814, a Milano scoppiarono le rivolte popolari, per un periodo dovetti nascondermi nella casa degli amici Mugiasca a Mosino. Vi racconto questo, perché la villa davanti alla quale vi trovate, e che sembra uscita da una fiaba per via del suo stile gotico, è stata testimone di non meno importanti sommovimenti politici a quasi un secolo di distanza. Fu costruita attorno al 1890 da Filippo Rubini, avvocato e drammaturgo, che con il fratello Giulio, deputato e più volte ministro della destra liberale, era proprietario della ferriera di Dongo, in cima al lago di Como, dove pare che sia stato fuso l’oro dei fascisti dopo la cattura di Mussolini nel 1945.

Il grande parco qui di fronte apparteneva a un’altra villa di proprietà di Eugenio Marenghi, industriale tessile milanese, che spesso ospitava la figlia e il genero. Quest’ultimo era Giacomo Acerbo e il suo nome è associato alla legge elettorale che nel ’23 spianò la strada alla dittatura fascista. Sembra che Mussolini, quando fu catturato proprio a Dongo, dovesse essere portato qui, in località San Maurizio, nella villa dei Rubini, ma un posto di blocco alle porte di Como indusse i partigiani a nasconderlo a Giulino di Mezzegra, sul lago, dove è poi stato fucilato.